lunedì 1 febbraio 2010

I bei ricordi non muoiono mai

Qualcuno ieri mi ha sussurrato che per la creatività la parola d'ordine è : essenziale. Bisogna prendere una parte del proprio passato, guardarlo in faccia e dire: "Non mi servi più, però una parte la terrò."

E' quello che sto facendo, così stasera tra giri e ricerche ho salvato una parte...e parla proprio di ricordi.

La generazione dei ricordi perfetti

E nessuno di quei momenti andrà più perduto nel tempo come lacrime nella pioggia: che siano raggi B balenanti nel buio alle porte di Tannhauser o telefonate con il commercialista, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione o serate passate a guardare Rete 4 con entrambe le mani ingessate, incapaci di azionare il telecomando. Tutto sarà dimenticato, ma niente sarà cancellato. Esisterà in archivio una mappa della vita in scala 1:1, basterà chiedere e ci sarà (ri)dato. È una prospettiva affascinante e terribile. Già la memoria stessa lo è. Ci voleva un essere dotato di superiore perfidia, o un' evoluzione disegnata per compiacere la futura categoria degli psicanalisti per dotarci di un congegno così inesorabile. Ai pesci rossi dicono sia andata meglio: tre secondi e tutto si cancella e si riavvia, ogni giro nel vaso è una nuova esperienza a cui si attribuiscono chissà quali possibilità. Noi sappiamo già come va a finire perché l' abbiamo già visto, conserviamo gli stracci e i gioielli, i traumi e gli istanti felici. Per farlo ci aiutiamo, di solito, con qualche supporto di varia natura: scattiamo foto, giriamo video, mettiamo da parte scritti, ci affidiamo a proustiani biscottini capaci di rievocare intere stagioni. I più dotati (o maledetti) vanno in giro con il "bagaglio a testa", custodiscono tutto lì. Tutto? Una selezione, sineddochi del passato. Ma ora si annuncia una nuova era: quella del "total recall" in cui la vita trascorsa sarà sempre disponibile e lo sarà per intero. Il filmino del matrimonio sarà effettivamente il filmino del matrimonio, non quello delle nozze. Arrivata alla soglia d' argento una coppia potrà passare i successivi 25 anni a rivedere, con qualche replay e qualche fast forward, i precedenti 25, minuto per minuto, anziché procedere verso il divorzio. Un ergastolano potrà essere condannato a ripercorrere la strada del crimine passo per passo, senza via di scampo, ogni volta di più soffrendo per l' ineluttabilità ex post dell' errore. E tutti noi saremo dotati di questa implacabile memoria di scorta che riduce il nostro passato a un presente bis, la replica disponibile su un altro canale, in differita. Magnifico. Intollerabile. La memoria che abbiamo avuto a disposizione fin qui era addomesticabile. Su di lei il nostro inconscio aveva talora la meglio convincendola a salvifiche operazioni di rimozione che solo una sventurata seduta di analisi, anni più tardi, potevano disinnescare. La memoria stessa, meglio di noi, sa che cosa fare di tutto quel materiale che è la nostra storia. Ogni giorno setaccia, scarta o custodisce. Quel che resta sembra un album del caso, ma è spesso un' accorta compilation che ci evita danni ulteriori. Se Henry Miller ha intitolato un suo libro Ricordati di ricordare è anche vero che a volte è bene ricordarsi di dimenticare: l' oblio è la sola forma di perdono che non scomoda l' etica o la fede, l' amnesia la sola amnistia decente e democratica. Il passare degli anni significa anche guai che passano, più che assorbiti, dimenticati. Il " total recall ", la vita in scala 1:1, è la nemesi di questa pacificazione, con il male ma anche con il bene, che ne ha altrettanto bisogno: rivivere la gioia passata immiserisce il presente. L' uomo che per primo si è sottoposto a questo esperimento sostiene che siamo già avviati su questa strada, volenti o no, e che non ci sono problemi: non mettiamo forse i numeri di telefono altrui nella rubrica del cellulare ed evitiamo di ricordarli? Non diciamo "memorizzare" riferendoci a un' operazione fatta da una macchina e non dalla nostra mente? E che male c' è stato, finora? Nessuno. Ma l' espansione di quella memoria senza sintesi né filtro significa appiattimento dell' esistenza stessa. Certo, potremo ripescare qualunque momento, ma per farne che cosa: rivederlo esattamente come era? Non è meglio ora, che i ricordi invecchiano insieme con noi e si fanno il lifting, imparano a mentire, si aggiustano nel retrovisore? Nulla ha tanto bisogno di pietà quanto il passato, perché è immutabile. Spargerci qualche velo e qualche bugia è tutto quel che possiamo concederci in cambio del fatto che i suoi effetti sono inalterabili. È meravigliosamente utile aver rinchiuso tutte le informazioni, le immagini, i libri del mondo sotto il cofano di un motore di ricerca, ma per quanto ci si sforzi di archiviarla, la vita di ciascuno di noi non sarà mai 102 o 234.756 documenti.

Gabriele Romagnoli

Foto ricordi in dissolvenza di robinya

mercoledì 27 gennaio 2010

martedì 26 gennaio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

Charlie e Carrie

Mi piacciono i Peanuts, sono poesia pura. Dovrebbero leggerli tutti, farli studiare. Specie ai bambini di oggi, perché i Peanuts sono capolavori senza tempo, come un classico della letteratura. Un mondo in miniatura, ritratto di una società.

Schulz era un genio.

Snoopy, Linus, Lucy, ma soprattutto Charlie Brown.

Con il suo essere sperduto, adorabile perdente, con la sua ossessione per la ragazzina dai capelli rossi. Con la testa più tonda che mai, capace di infinita determinazione e testardaggine, dominato dalle sue ansie e manchevolezze, nonché dai suoi compagni, che approfittano di lui.

Mi piace la sua solitudine esistenziale, il suo credere di poter far volare gli aquiloni e l’illusione che -prima o poi- Lucy gli permetta di calciare il pallone da football. Esclama spesso "Misericordia!" oppure "Santo Cielo!" ("Good grief!" nell'originale) quando è sorpreso o scoraggiato.

E poi il Charlie Brown con la busta di cartone sulla testa e i buchi per gli occhi, una maschera e tutto cambia. Come se nascosto trovasse nuova forza.

Mi è venuto in mente ora, perché Snoopy sulla sua casetta scriverebbe: “Era una notte buia e tempestosa…”

Tutti uguali i suoi incipit.

Così il pensiero vagava e guardando la finestra mi sono ritrovata a citare quell’incipit e a pensare a Charlie Brown.

Forse perché oggi Charlie Brown mi somiglia. Perché mi sento come lui, come il bambino dalla testa tonda che passa un brutto momento in cui niente gira per il verso giusto. Però Charlie Brown non si arrende mai...

Neanche Carrie lo fa mai. E anche lei perde, cade e si rialza. Come quando in una famosa puntata, invitata a sfilare in passerella inciampa. Gaffe tremenda, ma lei si rialza, sorride e ricomincia.

Esattamente come questa Carrie.

Mi piace ricordare due frasi di Carrie, due che mi appartengono molto, le amerebbe anche Charlie Brown. E guarda caso anche le sue iniziali sono CB.

“Forse sono i nostri errori a determinare il nostro destino. Senza quelli che senso avrebbe la nostra vita? Probabilmente se non cambiassimo mai strada, non potremmo innamorarci, avere un figlio, essere ciò che siamo; del resto le stagioni cambiano, e così pure le città...la gente entra nella tua vita e poi ne esce, ma è confortante sapere che coloro che ami rimangono per sempre impressi nel tuo cuore.”

“I computer si rompono, la gente muore, le relazioni finiscono... la cosa migliore da fare è prendere fiato e... riavviare...”

Quest’immagine di Charlie Brown e Snoopy mi mette serenità La trovo deliziosa e rivelatrice di diverse cose, essendo un’immagine flessibile, pur fissa nei suoi personaggi. Trovo, soprattutto, che sia l’emblema del rapporto perfetto. Di qualsiasi natura esso sia: d’amicizia, d’amore, di complicità, di parentela. Poco importa.

Rappresenta la sostenibilità dei silenzi.
Quando non c’è pericolo nel silenzio, quando non c’è esternazione e tabù, quando avere una distanza perfetta mette ad agio. Quando se si muove uno, l’altro se ne accorge e l’orizzonte è esattamente lo stesso, in un preciso istante e per quel lasso di tempo.



giovedì 14 gennaio 2010

Variazioni Goldberg

Camminare di notte, il rumore dei tacchi sulla strada. Due figure appaiate, lui alto e lei con i tacchi che prova ad avvicinarsi, con quella femminilità traballante.
Una musica esce da un locale. Gli amici entrano. C’è un concerto jazz.
E’ uno di quei locali bui e fumosi. Sì qui si fuma ancora – sembra di essere tornati indietro di quasi 10 anni- il bancone è lungo. I tavolini piccoli e sparsi, un apparente palco e un trio ageè. Il sax che suona, note riconoscibili e sconosciute.
Loro due si fermano sull’uscio, quasi fossero impauriti dal fumo, come se volessero scappare. La musica accompagna i pensieri di lei che corrono veloci. Vorrebbe poter dire tante cose, ma resta in silenzio. Perché sente che è solo quello che sa fare adesso.
Un silenzio che l’accompagna, la tranquillizza non l’inquieta.
Si guardano, hanno continuato a farlo sempre, di sottecchi, sfacciatamente o velatamente.
Entrambi hanno bisogno d’aria, escono e sulla sinistra c’è una panchina.
Ideale per godere della notte, di una città nuova. Perché a volte non avere nessun soffitto aiuta i pensieri, le emozioni, come se tutto potesse librare in aria.
Come se si lasciassero trascinare da una percezione d’allegria che sentono nell’aria.
Avrebbe un’incredibile voglia di mettersi a ridere, perché è il sistema perfetto per sconfiggere la paura.
Perché la paura è che non sappia cogliere il momento.
Quello della complicità, quello dell’essere lì insieme.
Le vengono in mente ……."Don't walk ahead of me, I may not want to follow. Don't walk behind me, I may not want to lead. Just walk beside me and be my Friend..."
Ma lei non vuole un altro amico. Loro non lo sono.
Basta guardarli per capirlo.
Invece continuano a raccontarsi una storia.
E a giocare con l’ambiguità.

Hanno fatto un pezzo di strada insieme, non subito, si sono conosciuti, piaciuti, scrutati con attenzione, cauti e ironici. Poi si sono rivisti, uno sguardo, raccontarsi, qualcosa che accade. Svegliarsi nello stesso letto ma poi ricominciare. Un’ amicizia intima che non disdegna le lusinghe di una reciproca seduzione mentale, ma fugge come la morte le insidie dell’ipocrisia.
Però si dimentica che esistono varianti, come le variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould. Sono variazioni e sono straordinarie.
Non sempre però c’è il tempo di comprendere, forse solo di vivere.
C’è un tempo che ci è dato e un altro che avremmo voluto.
In mezzo ci sta la vita, che è affar nostro.

Foto Il mio posto nel mondo di ladonnachecamminasuipezzidivetro

lunedì 11 gennaio 2010

venerdì 1 gennaio 2010

Inizi

Anno portami lontano
dalle cose ripetute
fà che non sia vano
il restare solo
e consenti il volo
alle cose perdute.

Carlo Levi