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martedì 31 maggio 2011

Orme cancellate



Un insolito ritmo regolare per il taglio delle verdure. Come l’accordo armonico ripetuto. Lei prepara la cena. Lo sta facendo guardando il prato davanti, le siepi di lavanda, le due alte palme al confine con il cancello di ferro. Oltre quello la riga di sabbia e la riva del mar Mediterraneo.

Il tramonto insanguina l’orizzonte e lei percepisce il senso di nostalgia costante.

Si ricorda l’origine della parola nostalgia, dal greco nostos (ritorno) e àlgos (dolore), inventato nel XVII secolo per indicare la designazione dotta del dolore per la lontananza da casa. Era sul giornale di oggi, un articolo secondo cui per uno studio inglese rimpiangere il passato aiuta gli adulti ad affrontare il presente.

“Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto”.

Le era rimasta impressa quella frase.

Lui affiora dal profilo annerito della giornata che si chiude. Con la t-shirt da jogging inzuppata e madido di sudore.

Respira forte, ingoia l’aria della sera e il tempo delle promesse realizzate.

Il cane sbuffa affannosamente al suo fianco, continuando a corrergli intorno.

Lui si ferma per un istante. Il profumo di lei è arrivato fino alla spiaggia, essenza di tuberose. E’ l’odore di un ricordo che ha attraversato le stagioni senza essere scalfito, le tempeste senza annegare, ha vinto la resistenza del futuro dandogli qui e ora la sensazione che tutto sia stato possibile e quello che non è stato non valesse la pena.

Lei interrompe i suoi gesti laboriosi, si pulisce le mani ed esce dalla cucina, verso la spiaggia a cercare nella luce magica del crepuscolo il suo sorriso bambino. Lo trova in cima ad un pensiero sorpreso, sulla sommità delle opportunità concesse a entrambi.

E’ lì ad aspettarla, ha raccolto per lei tutta la tenerezza che esprime il mondo in quell’attimo, capace di trasformare le cicatrici in trofei, di superare le aspettative di slancio, come se niente altro fosse dato. Non più. Non qui ed ora.

Si abbracciano. Si girano intrecciati verso l’acqua. Lui dice: “Marguerite Yourcenar non avrebbe più dovuto scrivere nulla dopo “Memorie di Adriano”. Lei risponde “Muhammad Ali non avrebbe dovuto più tirare un colpo di boxe dopo il pugno fantasma a Sonny Liston”.

I loro piedi nudi lasciano impronte sulla riva. Lui dice: “ Non avremo mai più di così”. Lei non risponde perché il rumore della risacca le toglie il respiro. Entrambi provano un minuscolo dolore nel vedere le loro orme cancellate dall'onda. Il cane si accuccia sulla riva.

Il Piccolo Principe fini sulla terra, nel bel mezzo del deserto.

"Dove sono gli uomini?" disse il Piccolo Principe "si é un pò soli nel deserto"

"Si è soli anche con gli uomini" rispose il serpente

Antoine de Saint-Exupéry

giovedì 1 aprile 2010

Metà, meta e cammino

"Riaprire la ferita, farla sanguinare ancora per una guarigione definitiva.
L'estate sta finendo, guardo un nuovo giorno che comincia e nella mente gli ingranaggi girano.
Le amate e maledette parole che consumiamo, sciupiamo, versiamo, tratteniamo e liberiamo, mi hanno fatto compagnia questa notte.
Le ombre oscure del mio carattere hanno infierito e colpito. Mi sento un soldato in trincea, stordito ma vivo, nonostante tutto. Però senza illusioni e speranze.
Non credo più e questo e' il dolore. Quella morsa che mi si stringe al petto. Tu puoi capirlo? Non lo so. Certi giorni penso di si, altri guardandoti invidio il tuo entusiasmo.
Perché hai ancora voglia di progettare, di pensare di cambiare casa, lavoro, città. Poi però - come ieri- ti osservo mentre non riesci ad abbandonare un ricordo e allora e' come se vedere riflessa l'immagine di qualcosa che ti appartiene, su qualcuno a cui vuoi bene, sia ancora più difficile da sopportare. Non basta dirsi che non ci meritavano, bisogna ammettere ancora d'aver fallito, d’essersi illusi. Questo mi sta annientando. Come se cadere, sbagliare e rialzarsi fosse ciò che mi riesce meglio, ma non ho più voglia di sapere che posso ricominciare. Vorrei mantenere, vorrei non dover ricostruire fondamenta. Sono stanca, ho chiesto a me stessa l'impossibile e anche di più. Vorrei un premio, fosse solo una pacca sulla spalla e un incoraggiamento. Qualcuno che mi dica soltanto: Non stai sbagliando.

E poi mi fermo, espiro, respiro e la lucidità torna. Il giorno allontana le ombre e dissolve quella notte che partorisce pensieri come il travaglio di una giovane madre. Spesso giorno e notte si uniscono in orizzonti bugiardi. Più infinito meno infinito, secondo la speranza del momento.

Questa è la domanda oggi: “Qual è la speranza del momento?”Dovrò decidermi a rispondere e così inoltro a te, perché mi faccia da coscienza, perché condivida con me. E negli intricati percorsi delle nostre conversazioni troveremo sempre un nodo da dipanare, un parallelismo su cui riflettere e un dubbio che non vorremmo mai avere."


Per lei scrivere lettere era un bisogno, lo era la scrittura in genere. Il suo modo di fare ordine in armadi pieni di vestiti, visi e oggetti, colorati, fiorati, a volte tinta unita. Dove tutto si confondeva, mischiato a foglie, fiori, residui di cibo, voci e pezzi di ricordi attaccati con così tanta ostinazione da farle paura.

Come se ogni singolo dettaglio avesse dentro quel passato da cui era incapace – o quasi- di liberarsi. Nel bene e nel male. Perché – noiosa e ripetitiva- diceva sempre: siamo oggi anche grazie a chi siamo stati e chi abbiamo incontrato.

I suoi “ipotetici” armadi della mente erano perennemente aperti, li riordinava a scadenze ritmiche. Cercava di buttare, conservare e riutilizzare. Come quei vestiti vintage che a un certo punto tornano di moda. Perché esiste sempre una parola, un oggetto, un suono, un profumo o un sapore capace di evocare. Come chiudere gli occhi e ricordare un sogno, ma a livello cosciente. Ritorna l’ambientazione, puoi distinguere i colori, la stoffa del copriletto, il maglione che indossavi tu e la camicia di chi era con te.

Lo sguardo, gli occhi, le cattiverie e le parole dolci. Le lacrime di due innamorati che non riescono a lasciarsi e quelle di quando dici addio a qualcuno che ami davanti alla sua tomba. Ricompaiono le parole, anche quando sono consapevoli che non serviranno, consce che è inutile offrire un cerotto quando la ferita sanguina a fiotti. E malgrado questa sproporzione, le parole continuavano a piacerle. Le erano utili, la distraevano. Erano formidabili, preferibili mille volte al silenzio, anche se ci sono dei silenzi così espliciti.

Lei ha sempre preferito comunque le parole. Le assapora con gusto: quando la lasciano perplessa e quando la fanno riflettere; quando la fanno ridere e quando la fanno piangere; quando la lasciano interdetta e quando la fanno stare con il fiato sul collo.

Le parole le ama, le porta sempre addosso. Una volta aveva letto una frase: “La parola parlata è sporca. È inquinata dall’inganno della seduzione. Invece la parola scritta è pulita”. Le somigliava molto. Perché solo con quella scritta riusciva realmente a comunicare, a descriversi, ad essere pura essenza.

Così scriveva lettere, o con l’avvento della tecnologia, lunghe e mail. Non per tutti, perché con gli anni aveva imparato a selezionare, cercando di essere più attenta, di non sprecare le amate parole, verso chi non sarebbe stato in grado di capire. Ne aveva sprecato tanto di tempo, energie e amore, a tutti i livelli. Tanto di quell’amore sprecato che non aveva potuto preservare, ma in fondo forse era giusto così.

Di certo non poteva definirsi una avara, anzi per lei il particolare talento del donare, dell’essere generosi, soprattutto nella sensibilità, nei modi, nelle attenzioni verso gli altri e nel prendersi cura era tratto distintivo. Era quello che ricercava negli sguardi che voleva intorno. Ci era riuscita, aveva sbagliato molte volte, immaginando doti e qualità che desiderava attribuire a qualcuno e continuava a scommettere.

Un giorno si era svegliata e si era detta: “Oggi comincia il resto della mia vita”. E’ così che cominciano le vite dei sopravvissuti. Come il prima e dopo Cristo scandisce le epoche della Storia. E si va avanti, un passo dopo l’altro. Meccanicamente. Piano piano tutto il resto. E i resti hanno alcuni vantaggi: dai resti non ci aspetta niente. Tutto sembra troppo, qualsiasi cosa è un regalo inatteso. Il resto può arrivare soltanto quando ritieni di aver vissuto ( non importa se per breve o lungo tempo) quello che maggiormente desideravi e ti rimane quello che, in teoria, non ti ha mai interessato particolarmente.

E d’un tratto ecco il resto. Puoi buttarlo via o decidere di attraversare la giornata alla meglio. Un passo dopo l’altro.

Nel resto c’era la scrittura, usata come medicamento per l’anima, con un pudore estremo. Qualcosa in cui non aveva forse mai creduto abbastanza, o meglio, in cui credeva così tanto da non rischiare. Perché troppo esigente, perfezionista.

Così inventava storie per superare, per raccontare, per trovare una via diversa, forse per sedurre, sicuramente per amare. Ogni volta avrebbe potuto darsi una risposta diversa, quello che non sarebbe cambiato era il dono curativo che questo aveva su di lei.

Ora aveva dinanzi un nuovo racconto. Voleva pensare, parlare e raccontare da uomo, voleva capire le nebbie e la confusione, l’incapacità e l’immaturità.

E l’idea, lo spunto narrativo le era venuto così, da una pubblicità.

Capitolo 1 o solo racconto breve.

“Si chiese perché i cartelloni pubblicitari avessero così tanta presa su di lui.

Era come se qualcuno gli lanciasse delle frasi per invitarlo a riflettere. L’ultima volta era un gigantesco sei per tre con una scritta: “Non rimpiangere domani di non aver giocato oggi”. Il lotto che dava lezioni sulla sua vita.

E adesso eccolo davanti ad un camion che distribuiva prodotti GS, una bellissima foto con delle arance e poi “ Sa cosa voglio”.

Che bella questa sicurezza. Avrebbe voluto urlarla a tutti, avrebbe solo cambiato le iniziali, mettendo le sue: sa cosa voglio.

Netto e deciso.

Il problema era che lui non aveva la più pallida idea al momento di ciò che voleva.

Nemmeno il suo nome era più certo. Lo chiamavano Picchio, e in molti invece preferivano usare il cognome.

Così anche la banalità di sapere chi siamo semplicemente pronunziando il proprio nome era svanita.

Certi giorni sembrava che tutto fosse svanito. Dove stava andando?

Chi era? Dov’erano quei sogni che aveva cullato per tanto tempo?

Gli sembrava di assaggiare la vita ma non sapeva se la stesse vivendo.

Arrancava sui suoi passi, sui pensieri contorti, sulle negazioni, sulla ricerca di qualcosa d’indefinito. Narciso, incostante, preda di veloci e fuggenti entusiasmi, la lista dei difetti era lunga, a contarla ci avrebbe messo molto.”

Il personaggio le era venuto spontaneo, avrebbe potuto dipingerlo - se fosse stata brava a farlo - occhi, ciglia, mani, sorriso e volto stizzito. Ne conosceva sfumature e difetti e purtroppo lo aveva amato un uomo così, anche o soprattutto per quei difetti. Di quegli uomini bambini, che non scopri immediatamente, che sono viziati e capricciosi, diversi da te, eppure simili. Dove un gesto e un altro ancora avevano fatto cadere barriere e timori e si era ritrovata esposta. Volutamente, folle a tal punto da pensare di poter superare il suo passato, di essere più forte di tutto. Invece non si può mai vincere contro il tempo. Deve avere il suo corso. Ognuno supera le sue ferite. E come aveva scritto oggi nella lettera al suo compagno di parole: a volte le devi riaprire per permettere loro di guarire.

Oggi avrebbe voluto ritrovare la speranza, rispondere con schiettezza alla domanda che gli aveva posto. Così mentre la mente vagava, il racconto cercava i suoi fili, il lavoro rubava parte del tempo, trovava anche un minuto per sfogliare un giornale.

Una rubrica, qualcosa che leggeva sempre, anche qui una domanda, una di quelle che fanno scattare dibattiti vivaci e partecipati: “ C’è qualcuno o qualcosa di cui si può essere quasi costantemente innamorati e senza danni? E di chi o cosa, secondo voi?”

Mille le risposte, due i filoni: chi vede nella passione per il lavoro, nella cura del sé, nella gioia serena delle piccole cose di ogni giorno una possibilità di surrogato non nocivo dell’amore, una specie di amore decaffeinato; e chi invece pensa che no, che non ci possa essere amore senza danno e senza rischio, senza quel senso di mancanza, di sbilanciamento, di essere tagliati a metà. Lo diceva anche Philiph Roth rovesciando il mito del Simposio di Platone, secondo il quale in origine eravamo un tutt’uno con altro e poi siamo stati separati, due semisfere che non smettono mai di cercarsi e nell’amore si ritrovano. Roth obietta, altro che rifare l’intero, l’amore ti taglia a metà, e quella metà di te che non è più tua è nelle mani dell’altro, che ne fa quello che vuole. Il punto è tutto qui, in come si vede questa cosa. Se la s’intende come condizione miserabile o sublime. Se in fondo al baratro di questo bisogno radicale, penoso e incolmabile dell’altro c’è l’inferno o piuttosto Dio. Se di inferno si tratta, è un inferno che le donne hanno sempre cercato. Forse agli uomini piace di meno. Quel sentirsi protese, fuori di sé, intere solo se divise è da sempre figura della letteratura femminile. I confini del proprio Io si disfano e il disfarsi è percepito come salvezza. L’equilibrio ritrovato di stare sull’orlo dell’abisso, su una gamba sola, tenendo la mano verso quello che tu ami. Stava riflettendo a voce alta nella sua testa: “Io direi di sì, che si può cercare di essere costantemente innamorati, e senza danni, anzi con un guadagno. Che la meta è il cammino, come spesso capita, e non ce ne accorgiamo. Che l’amore, e cioè il bene, per qualcuno forse anche Dio, sta proprio nella costante e instancabile ricerca dell’amore.”

Ora aveva la risposta alla domanda della lettera: il premio è nella ricerca.

La speranza è nella ricerca. E lei era sempre stata una viaggiatrice curiosa, attenta al connubio tra meta e cammino.

giovedì 14 gennaio 2010

Variazioni Goldberg

Camminare di notte, il rumore dei tacchi sulla strada. Due figure appaiate, lui alto e lei con i tacchi che prova ad avvicinarsi, con quella femminilità traballante.
Una musica esce da un locale. Gli amici entrano. C’è un concerto jazz.
E’ uno di quei locali bui e fumosi. Sì qui si fuma ancora – sembra di essere tornati indietro di quasi 10 anni- il bancone è lungo. I tavolini piccoli e sparsi, un apparente palco e un trio ageè. Il sax che suona, note riconoscibili e sconosciute.
Loro due si fermano sull’uscio, quasi fossero impauriti dal fumo, come se volessero scappare. La musica accompagna i pensieri di lei che corrono veloci. Vorrebbe poter dire tante cose, ma resta in silenzio. Perché sente che è solo quello che sa fare adesso.
Un silenzio che l’accompagna, la tranquillizza non l’inquieta.
Si guardano, hanno continuato a farlo sempre, di sottecchi, sfacciatamente o velatamente.
Entrambi hanno bisogno d’aria, escono e sulla sinistra c’è una panchina.
Ideale per godere della notte, di una città nuova. Perché a volte non avere nessun soffitto aiuta i pensieri, le emozioni, come se tutto potesse librare in aria.
Come se si lasciassero trascinare da una percezione d’allegria che sentono nell’aria.
Avrebbe un’incredibile voglia di mettersi a ridere, perché è il sistema perfetto per sconfiggere la paura.
Perché la paura è che non sappia cogliere il momento.
Quello della complicità, quello dell’essere lì insieme.
Le vengono in mente ……."Don't walk ahead of me, I may not want to follow. Don't walk behind me, I may not want to lead. Just walk beside me and be my Friend..."
Ma lei non vuole un altro amico. Loro non lo sono.
Basta guardarli per capirlo.
Invece continuano a raccontarsi una storia.
E a giocare con l’ambiguità.

Hanno fatto un pezzo di strada insieme, non subito, si sono conosciuti, piaciuti, scrutati con attenzione, cauti e ironici. Poi si sono rivisti, uno sguardo, raccontarsi, qualcosa che accade. Svegliarsi nello stesso letto ma poi ricominciare. Un’ amicizia intima che non disdegna le lusinghe di una reciproca seduzione mentale, ma fugge come la morte le insidie dell’ipocrisia.
Però si dimentica che esistono varianti, come le variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould. Sono variazioni e sono straordinarie.
Non sempre però c’è il tempo di comprendere, forse solo di vivere.
C’è un tempo che ci è dato e un altro che avremmo voluto.
In mezzo ci sta la vita, che è affar nostro.

Foto Il mio posto nel mondo di ladonnachecamminasuipezzidivetro

mercoledì 23 luglio 2008

I calci di rigore




La vita si fa camminando senza cartina e non c’è modo di tornare indietro.
La sua tata glielo ripeteva sempre, con la sua saggezza e il caldo abbraccio a cui tornare. Chiudendo gli occhi poteva ancora sentire il profumo di borotalco sulla sua pelle.
Quando era piccola sapeva che nulla poteva accaderle se correva a rifugiarsi da Adele.
L’aveva rimpianta per anni, ora che non c’era più, non aveva nessuno da cui andare.
Era un anima solitaria, più di quanto fosse stata da bambina. Si muoveva nel mondo con la sua risata schietta, il tono di voce alto e occhi che fulminavano.
Erano il suo patrimonio, oltre al cervello e alle parole. Con quelle si manteneva. Provando a scandagliare la realtà, a trovare le crepe e aprire ferite. Era la cosa che sapeva fare meglio. Infilarsi dentro le pieghe di un dolore, di una zona d’ombra e scavare nel buio. Tirare fuori il peggio, far emergere il pus maleodorante, analizzare i fatti per trovare la verità. Da quella creava le sue storie, piene di sfumature del mondo. Di voci, di sussurri, di pensieri che arrivavano dalla strada, di sensibilità, del gusto del dettaglio, dei rumori inascoltati. Come spiriti che serpeggiano leggeri e con cui solo lei poteva parlare.
Non si sarebbe mai abituata a quel regalo. A vivere di una passione. Ancora oggi quando cominciava un nuovo romanzo, sentiva ogni muscolo del suo corpo tendersi. Si chiudeva nel suo studio, accendeva l’incenso, le candele e lasciava che le voci si avvicinassero. Intorno solo i suoi libri, quelli che non avrebbe saputo scegliere, che aveva portato in giro da un trasloco all’altro. Le sue memorie, testimonianze di notti insonni, compagni di viaggio e di umori, spesso la via di fuga dalla propria vita. Tra le pagine aveva trovato alternative alla sua vita, si era inventata mondi paralleli, condiviso dolori e attraversato passioni sconosciute, epoche diverse. Da quelle pagine ne era venuta fuori più forte. Come le aveva scritto il suo amico Dino: “Tu sei molto di più, hai una visione del mondo molto più aperta, hai tanto letto e hai tanto imparato, dai libri e dalla vita. Sei vera, non te lo dimenticare mai, in un mondo di finti. Così ti consiglio di vedere sempre il bene che c'è dentro te stessa, pur subendo le ferite profonde e dolorose della vita. I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli, non dimenticarlo mai”.
E Angelica di rigori ne aveva tirati e sbagliati. Non si era mai tirata indietro.
Aveva quasi quarant’anni, anche se continuavano a dargliene di meno. Sarà stata per la sua aria da ragazzina dispettosa, che attraversa il mondo con coraggio sfacciato.
Il profumo di tuberosa, la vaniglia sulla sua pelle. Capelli castani, dai riflessi ramati, mossi con alcuni riccioli scolpiti, mai pettinati e mai asciugati, pieni di sole e sale. La pelle dorata, morbida e abituata al sole. Le mani veloci, che accompagnavano i movimenti, abili e affascinanti, protagoniste di un continuo balletto.
Disegnavano movenze, alzavano i capelli, spostavano ciocche ribelli. Mentre i suoi occhi ridevano, sempre, anche quando raccontava di storie tristi, anche quando si velavano di malinconia. Era così , aveva avuto modo di riesaminare il suo passato, di rendersi conto di chi fosse nella sua essenza.
Quando riusciva a lasciare da parte la crudeltà verso se stessa, avrebbe potuto decidere come avrebbe voluto essere negli anni che le rimassero da vivere.
Si era appropriata del motto di una amica scomparsa: “Si ha solo quello che si dà” e aveva scoperto, sorpresa, che è la pietra angolare della sua gioia.
Ubbidire alla massima “ Dare fino a quando non fa male”. Lo faceva in ogni cosa, nel lavoro, nell’amicizia, nella famiglia che avrebbe voluto tribù, ma che non lo era. E allora provava a incrociare gli affetti, a far conoscere e incontrare le persone che amava, per costruirla la tribù. Le piaceva che ci fosse come un cerchio spirituale e d’affetto intorno. Come uno di quei riti ancestrali delle popolazioni africane o dell’America Latina.
Lei era la sacerdotessa, a lei correvano per consigli, lucidità e affetto. I suoi amici glielo dicevano spesso che era un porto. C’era sempre una tazza di the, un bicchiere di vino e il suo orecchio attento. Aveva un cuore grande. Incerottato, anestetizzato, silente, ma aperto agli altri. Nonostante tutto. Nonostante i tanti amori falliti.
Quando si era separata, si preparò a camminare da sola, perché aveva pensato che sarebbe stato impossibile trovare un altro compagno di vita, con le stesse complici affinità.
Era una persona complessa, autoritaria, indipendente, legata alla sua famiglia tribù, ai suoi amici, con un lavoro difficile da spiegare, che le imponeva di essere sociale, di parlare e stare attenta e insieme un altro che richiedeva solitudine e rifugi.
Non era facile da sopportare. Certo aveva le sue virtù. Per esempio non richiedeva molta manutenzione: era sana, affettuosa. Dicevano fosse divertente, che la gente non si annoiava con lei. Forse lo era, oggi leggeva il suo essere introversa e solitaria come uno dei tratti predominanti del suo carattere.
Questo stesso essere l’aveva messa davanti a molti bivi e tanti fantasmi.
Non riusciva a dimenticarli, li conservava nel cuore, bastava perdersi per un attimo e poteva ascoltare alcune parole. Chissà perché riusciva solo a sentire le più dure. Quelle le frantumavano ancora l’anima, la distruggevano in un milione di piccoli pezzi.
Il suo coraggio, i suoi sensi la conducevano avanti, provava, rischiava, ma c’era sempre un punto in cui tornava al silenzio. Si fermava e riascoltava . Ma chissà perché erano le frasi crudeli quelle che ritmavano come tamburi impazziti.
Ci aveva provato, una volta, un’altra ancora. Aveva concesso ad ogni uomo nuovo un’altra possibilità. Si rimetteva in gioco, donava loro la sua allegria, il coraggio, la sua forza e loro continuavano a deluderla. Implacabilmente. Poi recuperava, come una formica che si prepara all’inverno, briciola dopo briciola, prendeva il meglio di ogni relazione, la trasformava. Diventavano un punto di riferimento, chiedeva loro un abbraccio nei momenti più duri. Eppure certi giorni, si chiedeva se sarebbe mai arrivato il miracolo: trovare un uomo che la sopportasse.
A cui non dover spiegare i contrasti, il bianco e nero della sua anima. Che potesse capire l’abisso in cui era capace di scendere e insieme la sua ingenuità. Quanto contasse per lei la scrittura. Quanto fosse ancora possibile ferirla. A volte pensava che non sarebbe mai finita e che l’insegnamento della vita era questo: essere capace di provare tanto dolore e poi da quello trovare l’ispirazione per le sue storie, rinascere attraverso queste. Credere, ricominciare e cadere ancora. Come un cerchio infinito.
Seduta al tavolino di un caffè, con la primavera che sbocciava. I raggi di sole le attraversavano gli occhi, donandole una luce speciale. Osservava il mondo intorno, alla ricerca di un dettaglio da cui ripartire. E mentre si perdeva nei sotterranei bui della sua anima, arrivò. Come un profumo di zagara o di fresie, che d’improvviso ti ricorda che la natura rinasce e puoi farlo anche tu.
All’angolo della strada, davanti al caffè all’aperto, c’era un signore maturo, con l’aria del gentiluomo d’altri tempi. Capelli bianchi, occhi azzurri, liquidi e sfuggenti. Le ricordavano altri occhi che aveva conosciuto e amato.
Quegli occhi così vividi nel ricordo, così presenti su di lei, vicini ieri e lontani oggi.
Occhi che si nascondevano, che aveva lasciato fuggire, che non aveva inseguito, perché ognuno fa le sue scelte.
Quell’uomo timido, elegante nel suo vestito blu, aveva una rosa gialla in mano.
Immaginò subito la sua storia, era un gioco che faceva sempre. Dovunque.
Era lì con le sue speranze, vincendo l’imbarazzo e il senso del ridicolo, per conoscere una donna. Appuntamento al buio. Magari si erano conosciuti su Internet, oppure non si erano mai nemmeno scritti o parlati. Forse una lettera, la risposta ad un annuncio. Un modo per proteggersi dalla solitudine che incalza, per cercare di colmare il vuoto del silenzio. Per non pensare alle giornate sempre uguali, alla macchinetta del caffè per una tazza, alla spesa al supermercato. A trent’anni sei single, a settanta sei inesorabilmente solo.
Non ci sono parole meno dolorose.
Ma quell’uomo voleva qualcosa di più, era lì dritto su stesso, con una grande dignità e un’infinita dolcezza. Pronto a chiedere ancora alla vita.
Senza difese, senza barriere.
Avrebbe voluto abbracciarlo, dirgli che sarebbe andato tutto bene, che avrebbe trovato un pezzetto dei suoi sogni.
Sentì che se poteva sperare lui, doveva ricominciare a farlo anche lei.
Quel signore era come un segno del destino, avrebbe dovuto accettare le coincidenze. Doveva dire sì all’invito che le aveva rivolto un amico ritrovato dopo tanto tempo. L’aveva guardata come un bambino disarmato, con un’energia disperata, con occhi profondi. Dentro aveva letto qualcosa, non era ancora certa di cosa. Però aveva uno strano istinto. Quello della sacerdotessa, degli spiriti dei protagonisti delle sue storie, dell’inconscio selvaggio delle donne. Anche se ogni tanto faceva fatica a ricordarsi d’esserlo. Fabrizio era un uomo intelligente, di questo era certa. E aveva negli occhi un miscuglio di ambizione e malinconia che lei stessa conosceva bene. Insieme alla tristezza.
Sapeva bene che la tristezza non ti abbandona mai del tutto, rimane sotto la pelle: senza tristezza oggi non sarebbe quella che è e non potrebbe riconoscersi allo specchio.
Tristezza, non un sentimento paralizzante ma piuttosto consapevolezza delle perdite e delle difficoltà che tingono la realtà. Frequentemente le sembrava di dover sistemare il carico per andare avanti senza cadere. C’era in lei molto disordine, spesso aveva come la sensazione di trovarsi sempre in mezzo alla tormenta, pronta a serrare porte e finestre affinché il vento della disgrazia non rada tutto al suolo.
Lui le ricordava se stessa. Questo l’attirava e la disorientava, guardarsi attraverso gli occhi di qualcun altro, leggere nello sguardo di un estraneo le combinazioni della tua anima.
La spaventava e insieme l’eccitava. Forse avrebbe dovuto compiere lo stesso atto dell’uomo con la rosa gialla. Scegliere di tirare un nuovo calcio di rigore.
Poi pensò alla frase finale di un suo libro: “Non c'è mai un'unica vita: c'è quella che ci viene data, poi ci sono le sue rovine e quell'altra che sappiamo ricostruirci sopra. E' la seconda, ad appartenerci”.
Le parole come sempre le vennero in aiuto, spiriti buoni della sua vita, sia nella prima che nella seconda.