martedì 1 febbraio 2011

Carne e sogni

Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.... ma allora, sarà quell'essenza di carne a fare danni oppure siamo fatti di carne ed e’ l’essenza di sogni che ci corrompe fino all’osso…Anatomia incomparabile


lunedì 17 gennaio 2011

Intuizioni e comprensioni


"Avevo compreso che la scrittura rappresentava la mia sola e unica possibilità di creare qualcosa, di risalire dal pozzo delle tenebre, realizzare il sogno, e riposare al sole.
Io mi rialzo ad ogni sconfitta schiacciante nella misura in cui il corpo accetta di obbedire alla mia volontà".
Edward Bunker "Educazione di una canaglia"


Foto: Ho perso le parole di Kikka Superstar

lunedì 3 gennaio 2011

Molti intorno ma nessuno troppo vicino

Chi siamo e chi ci definisce?
Il nostro ruolo in società? Il successo? Un amore? La nostra consapevolezza?
Inizio anno, nuovi propositi e le solite inevitabile domande.
Le care vecchie regole, forse è ora di mandarle in pensione, ma a volte ci sono riti ai quali sono abituata, come un comodo maglione sformato che ha preso la forma del mio corpo e con cui mi sento sempre bene.
Così ho deciso che non occorre cambiare tutto, si può anche mantenere e trasformare.
Qualcuno recentemente mi ha scritto: “Fare i conti con se stessi è l'attività più complessa e, spesso, dolorosa che conosca. E tu non te la risparmi. Mai.”
Vedersi con gli occhi degli altri è raro e può essere una piacevole scoperta.

In questi giorni ho avuto un motto: “Molti intorno ma nessuno troppo vicino”.

Seduta sulla riva, immobile, senza volere agire, scoprendo in se una pazienza che pensavo sconosciuta e invece trovarne riserve quasi inesauribili e capire che tutto si trasforma e anche noi dobbiamo imparare, fare i conti con il carattere e con gli eventi.

In queste sere silenziose e solitarie tanti visi mi sono passati davanti, immaginari dialoghi, ricordi della memoria e pezzi di testi mai scritti che avrei voluto recitare.Dizioni imperfette e interpretazioni magistrali, le cose perdute e le cose che restano. Al di là di me: io resto.

Immobile e sperduta alcuni giorni, fiera e coraggiosa altri. Incerta, piena di cose che vorrei e di dubbi. Incapace di muovermi sul delicato terreno delle relazioni.

Sono irrequieta. Lo sono sempre stata. Accettarlo e non combattere sempre è già un passo. E l'irrequietezza non è gestibile, va da sola come se lo decidesse lei, come se non mi appartenesse, come se non fosse la mia.E' autonoma. Si autogestisce. Come un collettivo anni Settanta. Così quando mi accorgo di non perdere la capacità d'ironia, vuol dire che posso ancora salvarmi da me stessa, perché prendersi in giro è l'unico modo per rendere la vita meno dolorosa. Tanto ci pensa lei a rimetterti in riga ogni tanto. E poi un titolo di un libro di Bruce Chatwin è proprio Anatomia dell’irrequietezza. Sulla quarta di copertina c’è scritto: “L’irrequieto che amava pensare camminando”.

Quando metto un passo dopo l’altro i pensieri prendono forma e le passeggiate solitarie e non sono piccoli momenti di trascurabile felicità.


domenica 26 dicembre 2010

venerdì 24 dicembre 2010

mercoledì 8 dicembre 2010

L'abbraccio

…Per terra, accanto ai piedi di Ben e della mamma, camminava una lunga fila di formiche. Forse mille. Si somigliavano moltissimo, mille formiche identiche. Ma quando Ben le guardò da vicino vide che una camminava veloce e un’altra piano. Una si sforzava di trascinare una foglia grande e un’altra trasportava soltanto un chicco di grano. E ce n’era una, piccolina, che correva avanti e indietro a lato della fila. Ben pensò che forse quella formichina aveva perso i genitori e li stava cercando.
«Questa formica lo sa che non c’è nessun altra al mondo come lei?», domandò.
«Questo non lo posso sapere», rispose la mamma.
Ben ci pensò un pò su, poi disse: «Non lo puoi sapere perché tu non sei lei?».
«Sì», confermò la mamma, «perché io non sono lei».
La formichina rientrò finalmente nella fila e riprese a camminare con le altre. Ben pensò che forse le due formiche grandi che le camminavano accanto erano i suoi genitori. «Allora di ogni persona ce n’è solo una al mondo?» domandò Ben.
«Sì, ce n’è solo una», disse la mamma.
«E perciò sono tutti soli?».
«Sono un po’ soli ma sono anche un po’ insieme. Sono sia l’uno sia l’altro».
«Ma com’è possibile?».
«Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola».
«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma.
Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte.
«Adesso non sono solo», pensò mentre l’abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo».
«Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l’abbraccio».


David Grossman - estratto da L’abbraccio